benessere bio-psico-spirituale

Il primo passo per guarire

Cari amici/che e ricercatori,

vi siete mai chiesti qual’è il primo passo per cominciare a stare meglio? Vi siete mai chiesti se esiste un modo per entrare nel processo della guarigione?

Un modo, universale, esiste. E’ quello di riconoscere il disagio che si prova, avere il coraggio di guardarlo per davvero e lasciarsi andare alle sensazioni che sopraggiungono. Se emerge dolore, frustrazione, senso di impotenza, rabbia, è il segnale che stiamo entrando in noi stessi, nella nostra interiorità. Accogliamoci. Importante è però non commentare, non giudicare. Portiamo, semplicemente, Luce e Consapevolezza su ciò che ora sentiamo come “problema” e rimaniamo in ascolto.

Ascoltarsi senza giudicare vuol dire portare l’attenzione sulle sensazioni presenti, fisiche ed emotive, senza esprimere pareri, senza cercare colpe “esterne”.yantra

La sofferenza nasce dalla negazione di un disagio, non dal disagio stesso. Perchè, il più delle volte, il disagio, esaurita la sua funzione di svegliare la nostra anima, se ne va.

Vi ricordo che potete scrivere ed esprimere le vostre esperienze e/o domande direttamente qui sul blog. Le e-mail personali vanno indirizzate da ora esclusivamente a:

lacasadellanima@libero.it

Vi auguro un felice proseguimento di estate e Rinascita!

Mariateresa Ruocco Conte Sagara

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Il gioco (giogo?) dei ruoli

elegantAvete mai fatto caso al modo in cui vi rapportate agli altri? Avete mai fatto caso agli automatismi delle vostre relazioni?

Buona parte delle relazioni che viviamo sono da noi attivate “ in automatico “.  Non mi riferisco soltanto ai rapporti con il commerciante sotto casa, con l’impiegato d’ufficio, con il barman del cafè dell’angolo; qui mettiamo in opera, insceniamo, dei veri e propri copioni comportamentali molto rigidi come ci illustra bene la drammaturgia di Goffman (non ci sogneremmo mai di andare a vedere un’opera in costume da bagno, di invitare a sedersi con noi al  tavolo le garcon di un cafè, di accomodarci durante un colloquio di lavoro alla scrivania di chi ci sta esaminando etc.).avv

Tuttavia, esistono, nella nostra vita quotidiana, anche “ giochi di ruolo” più gravosi, che premono maggiormente sulla costruzione della nostra identità e che offriamo, più o meno inconsapevolmente, agli altri. Mi riferisco alle rappresentazioni pre-confezionate legate al ruolo, con le quali d’abitudine ci relazioniamo ai familiari, al partner, ai colleghi di lavoro ed agli amici.

Difficile, straordinario quando ci si riesce, rapportarsi a qualcuno al di là dei copioni, al di là di quello che ci si aspetta da noi e dal “ sapore “ della relazione stessa. Alcuni esempi pratici: pensiamo a quello che un figlio si aspetta da una madre, a quello che un padre si aspetta da un figlio maschio ed a come cambi la sua visuale se si tratta, invece, di una femmina. Ancora: pensiamo a cosa un uomo si aspetta da una donna quando la ama e cosa si attende, invece, quest’ultima, da un amico. Possiamo affermare, senza timore, che le comuni interazioni non sono che un gioco (o sarà forse più appropriato parlare di GIOGO?) di aspettative e ruoli condivisi.

einsteResta da chiedersi : chi assegna i ruoli ? Chi sono i registi, nonché gli sceneggiatori, di questa piecè lunga una vita?

E se buona parte dei contesti, degli avvenimenti e delle relazioni sono delle inerziali ripetizioni di schemi socio-culturali e familiari appresi (intrecciati, non in ultimo, alle proprie paure/difese personali),

che cosa è VERO?

Buona riflessione.

Mariateresa Ruocco Conte