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3 thoughts on “Scrivi la tua storia

  1. Da giorni avevo una tosse forte: a causa del polline, diceva Mark. Ho iniziato a prendere aspirina e sciroppo, ma niente. Sembrava bronchite, non dormivo la notte, tossivo ogni minuto, non riuscivo a parlare nè a respirare, tutto mi dava fastidio, non potevo concentrarmi su niente. Ho massaggiato, con le mani, il petto (cuore, il cui battito aritmico si è regolarizzato e polmoni); poi ho massaggiato la gola, scoprendo che i miei stessi muscoli del collo mi stavano strangolando (in particolare gli sternoioidei): non erano solo rigidi, erano tutti stretti intorno alla trachea, premevano contro le pareti, come a voler impedire il passaggio dell’aria; in un punto preciso, a sinistra, ho trovato un globo semi-epiglottideo duro e doloroso. Ho gridato: quel “globo” ostacolava la deglutizione e si azionava anche durante il parlare e la respirazione, bloccando un’effettiva riuscita di operazioni elementari come, appunto, parlare e respirare o ingoiare la saliva. Ho massaggiato i muscoli anteriori del collo per 3 ore d’orologio e ho ricordato che, fino a circa 10 anni fa, mi lamentavo per qualche motivo (ad es. comportamenti/opinioni che non condividevo) e mia madre e mia nonna mi zittivano in coro, come se fossi un insetto fastidioso, una voce fuori campo da ignorare perchè avrebbe implicato l’affrontare verbalmente dei problemi e anche divellere la mia consueta invisibilità.

    Quando era bambina, fino a 5-7 anni, avevo una voce molto forte e squillante, parlavo, gridavo e cantavo e dicevo sempre quel che pensavo; in presenza di mio padre, nessuno osava zittirmi, neanche lui stesso (ho un ricordo indefinito di una cinghia/cintura, ma non so più se è reale o inventato dall’inconscio per demonizzare e agevolare l’oblio di un’assenza obbligata); quando ci siamo trasferite, è diventata una prassi: la mia auto-espressione ha cambiato ruolo, un pulcino protetto e lasciato libero perfino di rotolarsi nudo fra i pupazzi o nel copridivano o sul pavimento, ora doveva tacere, perchè l’era della sottomissione patriarcarcale era finita (io ero l’unica libera di dire/fare il che, da una parte, mi conferiva potere, dall’altra mi rendeva “una bambina asessuata fuori dalle regole”, concetto ben lontano da quello di “bambina/donna” che, in età adulta, permetterebbe una più facile auto-affermazione del femminile e della maternità, sebbene il dominio maschile denoti una politica anti-femminista): in presenza di mio padre, infatti, tutte le donne dovevano tacere e, poichè rimanevo asessuata nella sua mente, avevo il diritto di parlare; per mia madre e mia nonna ero, invece, una sorta di oggetto/bambina e dovevo tacere.

    Si può far tacere in tre modi: suggerendo/imponendo di tacere; eliminando la tua voce interiore, quella creativa, autonoma e pensante, nonchè identitaria; con l’assenza/indifferenza, erigendo una barriera invalicabile. Ritengo di aver sperimentato ogni modo possibile. Poi, con un filo di voce, mi sono aggrappata alla vita, ho tentato una comunicazione bilaterale (più mi auto-illudevo che fosse un’interazione, più diventava un monologo). Inconsciamente, per autodifesa, non volevo parlare col mondo: acquisendo una tale consapevolezza, ho iniziato a massaggiarmi la gola. Ho gridato dal dolore. Ho massaggiato con tale forza, che ho ancora dolore. Un “dolore di vittoria”: il mio stesso corpo, generalmente atterrito da un profondo confronto verbale, mi avrebbe zittito, strangolandomi, fino alla morte.

    Quando ero bambina, mia madre camminava per la casa, a passi felpati (poichè le donne dovevano fare silenzio, evitare il rumore): non la sentivo andare nè venire, speravo in una sua invocazione della mia identità, rimanevo letteralemente sulla soglia di tutte le porte di casa: lei veniva, non si accorgeva di me, chiudeva le porte e gridavo dal dolore, poichè le dita mi rimanevano chiuse nelle porte e a volte mi si rompevano le unghie (purtroppo, non è un’invenzione letteraria, è un ricordo nitido); io stessa rimanevo spesso con le mani chiuse nei cassetti. Perchè? Quale relazioni c’è fra mani e voce? Le mani sono strumenti medianti i quali possiamo curare il nostro corpo e la nostra “identità scissa”, accettandone l’entità non virtuale e riconescendo, in esso, il medesimo valore intra-simbolico che, ormai per abitudine, attribuiamo solo a manifestazioni dirette dell’inconscio come il mondo onirico, ignorando il corpo. Quella macchina meravigliosa, incredibile, per metà governata da mente o materia. Senza mani, perdi un fondamentale veicolo energetico: non puoi sentire il mondo, non puoi trasferire l’energia dal mondo a te stessa, non puoi condividere la terza parte della tua guarigione con quella porzione di mondo che ignora o accoglie il “Sè connettivo”: senza mani, sei un morto-vivente, uno zombie privo di contatto fisico col pianeta-cosmo, col Sè individuale, col Sè collettivo. Tagliare le mani: tagliare il potere di aspirare/inoculare energia. Non è il dominio, che ti viene a mancare: è quella sensibilità che fa da ponte fra mittente e destinatario in un sistema di relazioni basato sulla permeabilità; è la consapevolezza del corpo, delle sue proiezioni, della ricerca, dell’auto-cura e del “potere” inteso con accezione mistica.

    Se solo mi avessero insegnato o avessi capito che le mie mani avrebbero potuto semplicemente curare la mia gola.

  2. Mi chiedi che relazione c’è tra mani e voce. Una relazione importante perchè entrambi sono simbolo e veicolo di comunicazione tenendo conto che:
    – il pollice rappresenta l’autostima e l’espressione del potere personale nel sociale;
    – l’indice è simbolo dell’autorità e del “si dovrebbe”;
    – il medio rappresenta la sessualità ed il piacere;
    – l’anulare è simbolo dei legami e delle unioni;
    – il mignolo siamo noi stessi ed è simbolo dell’amore che percepiamo/riceviamo dal mondo.

    A presto

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