Più meditazione, meno stress

lavoro1Il quotidiano a cui siamo condizionati dalla società in cui viviamo, incentrato sulle dimensioni della produzione e del consumo, intessuto sulla logica del “ fare “ e  così poco su quella del “ sentire “, ci conduce inevitabilmente verso confusi lidi di dimenticanza e spesso ignoriamo chi siamo davvero nell’essenza.

Ci sentiamo “ integrati “, “ nel giusto “ quanto più riusciamo ad interpretare, con successo pubblico ed economico, il copione di “ ingranaggi del sistema “ ; quanto più, comodamente, senza indugio, aderiamo alle aspettative, ai modelli predeterminati di quest’ultimo. Tuttavia, a discapito dei bisogni di controllo, familiarità e comodità dell’Io, i  dilaganti malesseri psichici e sociali della nostra epoca denunciano orizzonti aridi e ristretti. Così lontani dallo “ star bene “ con sé stessi, con gli altri, con i principi vitali e archetipici.lavoro2

I volti tesi, gli sguardi spenti e freddi delle persone che comunemente incontriamo per strada, ne sono una testimonianza. Ognuno è ben difeso, trincerato nel suo micro- universo di sopravvivenza, è la pedina, perlopiù inconsapevole, d’un gioco giocato da altri, e dunque come potrebbe sentire la Vita nel suo Essere, comunicare vivacemente con lo sguardo, magari sorridere ai passanti? Come potrebbe esperire, sentire la presenza dell’ “altro da sé “ accompagnato dalla consapevolezza della propria persona, della propria storia, del proprio diritto ad esistere pienamente? Allora, per riprenderci questa consapevolezza, questo “ stare presenti “ a noi stessi, ai nostri sentimenti, alle nostre -e altrui- esigenze più autentiche, non aspettiamo un’altra società, un altro luogo in cui vivere, un’altra chance professionale, un’altra relazione. Non aspettiamo. lavoro3Ancora. Non guardiamo al di là della nostra persona.

E’ soltanto dentro di noi che possiamo partorirCI e partorire la pace, la verità di ciò che siamo. Al contrario di ogni previsione, non si tratta d’una verità-pace personale ma cosmica, universale. Percepibile da ogni individuo che sappia allontanare le ridondanze, le maschere, le parole di troppo, il rumore di troppo di cui siamo circondati e creare spazio libero nella mente e nel cuore.  Nessun attaccamento, nessun pensiero. Vuoto e spazio. Lucidità. Cedevolezza. Mare del Sé che entra, abbraccia, sovrasta il fiume dell’Io.

Scegliete l’angolo più accogliente della vostra casa, se non c’è ideatene uno che vi faccia sentire alavormedit vostro agio ; per nutrire il calore dell’ l’atmosfera procuratevi delle candeline da accendere, degli aromi che gradite particolarmente, dei cuscini grandi e morbidi. Può essere di aiuto anche ascoltare della musica rilassante. Bene, una volta predisposto il “ dove “, provate ad accomodarvi  nella posizione yogica del “ mezzo loto “ma va bene qualsiasi posizione vi risulti agevole da mantenere nel tempo purché non incrociate né braccia né mani ed abbiate la schiena dritta. Generalmente, si comincia la meditazione focalizzando l’attenzione sul respiro, sull’alternanza dell’inspirazione e dell’espirazione. Tuttavia, per un primo approccio, vi suggerisco semplicemente di chiudere gli occhi e visualizzare nella vostra mente un’immagine della natura che vi evochi serenità come un’immensa vallata verde o un orizzonte sconfinato, un calmo lago di montagna. Mantenete in voi l’immagine scelta per quanto più tempo possibile, fate sì che questa si espanda e ingrandisca così tanto da sovrastare qualsiasi altra immagine o pensiero. Voi siete zen meditazquell’immagine. Non esiste null’altro.

Lentamente, cominciate ad avvertire gli eventuali “ suoni “ del paradiso naturale in cui siete immersi, lo scorrere dell’acqua, il canto degli uccelli, il morbido cadere della pioggia sul terreno, l’infrangersi delle onde sul bagnasciuga etc.  Vi sentite attaccati, di nuovo, da parole e preoccupazioni? Fatele uscire dalla vostra mente ogni volta che espirate. Buttatele letteralmente fuori. Ad ogni inspirazione entra in voi la calma, la luce, il benessere del paradiso che state visualizzando, ad ogni espirazione scivolano via l’ansia, il malessere, i pensieri, i timori.

Continuate così, sentitevi pervasi da un flusso – ascendente dai vostri piedi sino alla sommità delavoro4l capo che vi rigenera e illumina – e da un altro discendente dal capo ai piedi, che vi pulisce dalle scorie, dai dolori fisici e psichici lasciandovi liberi, sani, pacificati. Dopo una decina di minuti di questa pratica, di questa piena presenza interiore, comincerete a percepire un profondo benessere, una sensazione di armonia con voi stessi e la vita. Che smacco, che sconfitta per il nostro Io, per la nostra “ ragione “ che ci vorrebbe sereni soltanto se “ a posto “ con i progetti, i doveri, le aspettative !

Eppure, come potrete sperimentare, la pace dell’animo non è in relazione agli eventi della nostra esistenza ma a quell’Unico Evento che è il nostro legame con l’Infinito. Questo legame non subisce variazioni, non è mutabile né imprevedibile. Accompagna ogni istante del nostro Vivere. Al di là di ogni contesto sociale o personale che ci gratifichi o meno, questo legame non ci abbandona, non sparisce neppure nel chackras energiabuio dell’inconsapevolezza, semplicemente non lo vediamo.

La meditazione ci aiuta così ad entrare nel vivo di ciò che siamo, nella nostra spiritualità e ad attingere alla sorgente di pace permanente della nostra essenza universale. Questa pace è sempre presente in noi, non dipende da variabili misurabili, è uno stato di coscienza.

Mariateresa Ruocco Conte

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Il gioco (giogo?) dei ruoli

elegantAvete mai fatto caso al modo in cui vi rapportate agli altri? Avete mai fatto caso agli automatismi delle vostre relazioni?

Buona parte delle relazioni che viviamo sono da noi attivate “ in automatico “.  Non mi riferisco soltanto ai rapporti con il commerciante sotto casa, con l’impiegato d’ufficio, con il barman del cafè dell’angolo; qui mettiamo in opera, insceniamo, dei veri e propri copioni comportamentali molto rigidi come ci illustra bene la drammaturgia di Goffman (non ci sogneremmo mai di andare a vedere un’opera in costume da bagno, di invitare a sedersi con noi al  tavolo le garcon di un cafè, di accomodarci durante un colloquio di lavoro alla scrivania di chi ci sta esaminando etc.).avv

Tuttavia, esistono, nella nostra vita quotidiana, anche “ giochi di ruolo” più gravosi, che premono maggiormente sulla costruzione della nostra identità e che offriamo, più o meno inconsapevolmente, agli altri. Mi riferisco alle rappresentazioni pre-confezionate legate al ruolo, con le quali d’abitudine ci relazioniamo ai familiari, al partner, ai colleghi di lavoro ed agli amici.

Difficile, straordinario quando ci si riesce, rapportarsi a qualcuno al di là dei copioni, al di là di quello che ci si aspetta da noi e dal “ sapore “ della relazione stessa. Alcuni esempi pratici: pensiamo a quello che un figlio si aspetta da una madre, a quello che un padre si aspetta da un figlio maschio ed a come cambi la sua visuale se si tratta, invece, di una femmina. Ancora: pensiamo a cosa un uomo si aspetta da una donna quando la ama e cosa si attende, invece, quest’ultima, da un amico. Possiamo affermare, senza timore, che le comuni interazioni non sono che un gioco (o sarà forse più appropriato parlare di GIOGO?) di aspettative e ruoli condivisi.

einsteResta da chiedersi : chi assegna i ruoli ? Chi sono i registi, nonché gli sceneggiatori, di questa piecè lunga una vita?

E se buona parte dei contesti, degli avvenimenti e delle relazioni sono delle inerziali ripetizioni di schemi socio-culturali e familiari appresi (intrecciati, non in ultimo, alle proprie paure/difese personali),

che cosa è VERO?

Buona riflessione.

Mariateresa Ruocco Conte